“Non puoi bombardare un popolo senza toccare anche il corpo delle donne.”
Non puoi infliggere un trauma collettivo senza incidere nelle carni più esposte, più disarmate, più dimenticate.
In queste settimane in cui il mondo assiste – o forse dovremmo dire distoglie lo sguardo – dalle macerie di Gaza, non possiamo continuare a parlare di violenza senza includere quella che si consuma dentro i corpi, attraverso i corpi, contro i corpi. Soprattutto quelli femminili.
Epigenetica del dolore: il trauma che si eredita
Oggi le neuroscienze e la psicologia ci dicono con chiarezza che il trauma modifica il nostro DNA, non nel suo codice, ma nella sua espressione: attraverso marcatori epigenetici che regolano il modo in cui i geni si attivano o si spengono.
Chi vive un trauma estremo – come la guerra, la fame, la perdita dei propri cari, le torture o la violenza sessuale – sviluppa alterazioni profonde nei sistemi di regolazione dello stress, dell’umore, della memoria.
Queste alterazioni possono essere trasmesse ai figli, attraverso meccanismi ormonali, biochimici e comportamentali.
Non è più solo una metafora dire che “il dolore si eredita”: è un fatto scientifico.
In Palestina il trauma non è più un evento. È una condizione permanente. È una trasmissione che non si interrompe mai.
Il corpo delle donne: bersaglio e contenitore del trauma
Nelle guerre, le donne diventano terreno di conquista e di distruzione.
Subiscono violenze sessuali, gravidanze forzate, mutilazioni, vedovanze precoci, la perdita dei figli, lo smembramento delle comunità di cura.
Ma il trauma non finisce lì.
Il corpo della donna lo trattiene. Lo trasforma. Ne diventa archivio biologico e simbolico.
I disturbi del sonno, dell’alimentazione, del ciclo mestruale, della sessualità, della fertilità… tutto può essere segnato. Il linguaggio del trauma è anche fisiologico, e trova spazio tra le pieghe della carne e del silenzio.
Quando poi queste donne generano, educano, curano… trasmettono anche ciò che hanno dovuto contenere.
Il corpo femminile diventa così spazio di trasmissione del trauma collettivo.
Responsabilità collettiva: il trauma non è “lontano”
Noi, che ci troviamo a migliaia di chilometri da Gaza, pensiamo di non poter fare nulla.
Ma anche il silenzio è una scelta. Anche l’indifferenza lascia cicatrici.
Nel nostro lavoro quotidiano, come associazione che si occupa di violenza di genere, vediamo spesso come la sofferenza femminile venga minimizzata, zittita, spostata su binari di “resilienza” obbligata.
Ma una società che non guarda in faccia il trauma, che lo depoliticizza e lo privatizza, è una società che continuerà a farlo accadere.
Non possiamo parlare di giustizia, né di pace, né di diritti umani, senza ascoltare quello che il corpo delle donne ci sta dicendo — in Palestina come in ogni altra zona dimenticata del mondo.
Costruire memoria, creare riparazione
Il nostro compito, oggi, è duplice:
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Rendere visibile l’invisibile — dare voce ai segni del trauma anche quando non sanguinano.
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Costruire spazi di memoria attiva, dove il dolore non venga negato, ma trasformato in consapevolezza, in lotta, in cambiamento.
Perché le generazioni future non meritano solo di sopravvivere al trauma.
Meritano di nascere in un mondo che ha scelto, finalmente, di interromperlo.
Antonella Iannoccaro,
Psicologa e Presidente dell’APS Le Rose di Gerico.