La mafia è anche violenza di genere. E troppo spesso non lo diciamo abbastanza.
La storia di Patrizia Scifo, uccisa a 26 anni dal compagno mafioso Giuseppe Spatola dopo anni di torture fisiche e psicologiche, è una ferita ancora aperta nel corpo della nostra memoria collettiva. Seviziata, picchiata, umiliata. Patrizia riuscì a denunciare grazie all’amore della figlia Angelica. Ma fu troppo tardi. E pochi giorni dopo fu assassinato anche il padre, Vittorio, colpevole solo di cercare la verità.
Questa non è solo la storia di una giovane donna uccisa da un uomo violento.
È la storia di una donna che ha sfidato una cultura patriarcale e criminale insieme.
Perché la mafia non è solo un’organizzazione criminale:
è anche un sistema che si fonda su una cultura maschilista, patriarcale, predatoria.
Che considera la donna come oggetto, proprietà, trofeo. Da controllare, punire, eliminare se necessario.
L’agire mafioso e la violenza di genere condividono gli stessi meccanismi:
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il dominio e il controllo sul corpo e sulla vita altrui;
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il silenzio imposto, la paura come strumento di potere;
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l’isolamento sistematico della vittima;
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la negazione dell’autonomia e della libertà dell’altro.
Non è un caso se tante donne vittime di mafiosi, anche quando non muoiono, subiscono per anni le stesse dinamiche di abuso.
Non è un caso se molte collaboratrici di giustizia sono, prima di tutto, donne che hanno detto basta a uomini violenti.
È in questa intersezione che nasce l’impegno della nostra associazione:
combattere la violenza di genere significa anche contrastare la cultura mafiosa.
E viceversa.
Ricordare Patrizia e Vittorio oggi non è solo un atto di memoria:
è un atto di giustizia. È dire, con forza, che l’indifferenza è complice.
Che la verità va nominata. Che la resistenza passa dalle storie.
Per Patrizia.
Per Vittorio.
Per tutte le vittime dimenticate.
Contro ogni mafia. Contro ogni violenza. Sempre.
Antonella Iannoccaro,
Psicologa e Presidente dell’APS Le Rose di Gerico.