La storia di Lucia Regna, sopravvissuta a un pestaggio che le ha lasciato lesioni permanenti e un volto ricostruito con 21 placche di titanio, non è solo la storia di una donna picchiata quasi a morte. È anche la storia di come, in certi contesti giudiziari, le vittime di violenza subiscono un’ulteriore ferita: quella della giustificazione.

Nelle motivazioni della sentenza che ha condannato il marito, il giudice ha sostenuto che l’uomo andrebbe «compreso», in quanto ferito dall’abbandono e dalla decisione della moglie di separarsi. Un «sentimento umano» – si legge – che spiegherebbe lo scatto d’ira.

Qui si colloca il paradosso: la donna è vittima due volte. La prima volta sotto i colpi fisici. La seconda volta quando la giustizia sembra quasi legittimare la violenza, ricondotta alla logica delle emozioni umane.

La giustizia non è psicoterapia

Certo, in psicologia comprendere le emozioni è fondamentale: la rabbia, il dolore, la frustrazione fanno parte della vita umana. Ma il diritto ha un’altra funzione: garantire la tutela dei diritti, proteggere la vittima, stabilendo limiti invalicabili. Confondere i piani rischiando di minare le basi stesse della legalità.

Attenuanti e confini giuridici

Il nostro ordinamento conosce istituti che modulano la responsabilità:

L’art. 62 cp prevede attenuanti comuni, come l’avere agito per «motivi di particolare valore morale o sociale». Ma è evidente che la gelosia, la rabbia per una separazione o la sofferenza per un tradizione non possono mai essere inquadrati in questo senso.

Esistono poi le attenuanti generiche (art. 62-bis cp), che permettono al giudice di ridurre la pena valutando la personalità dell’imputato e le circostanze del fatto. Tuttavia, la giurisprudenza maggioritaria ha sempre chiarito che non possono essere riconosciute quando rischiano di apparire come una giustificazione della violenza domestica.

L’art. 61 cp, invece, disciplina le aggravanti: tra queste, l’aver agito contro un familiare o in presenza di minori, circostanze che dovrebbero pesare in senso opposto, non certo attenuare.

Il rischio culturale

Quando si scrive in una sentenza che l’uomo va «compreso», si manda un messaggio ambiguo alla società: che la donna non solo subisce la violenza, ma in qualche modo la “provoca” con la sua libertà di scelta. È la trappola culturale della vittimizzazione secondaria, che sposta l’attenzione dal carnefice alla condotta della vittima.

Conclusione

Comprendere le emozioni umane è giusto. Confonderle con la giustizia è pericoloso. La legalità non può trasformarsi in un alibi, ma deve restare un argine fermo contro ogni forma di violenza.

Perché se la giustizia si piega alla “comprensione” di chi colpisce, allora le donne continueranno ad essere vittime due volte.

Antonella Iannoccaro,

Psicologa e Presidente dell’APS Le Rose di Gerico.