La vicenda di Alessia Pifferi, condannata in primo grado all’ergastolo per aver lasciato morire di stenti la figlia di 18 mesi, Diana, è una ferita collettiva. Non solo perché racconta la morte di una bambina indifesa, ma perché ci costringe a interrogarci su maternità, responsabilità e fragilità sociali.


Una consapevolezza

Diana è stata lasciata sola per sei giorni, con un biberon insufficiente e forse sedata con benzodiazepine. Non era la prima volta: già in passato la madre si era allontanata per interi weekend.
Non un gesto impulsivo, non un “raptus”, ma un comportamento reiterato, frutto di scelte lucide e consapevoli.


Quando la maternità non basta

Spesso si tende a credere che l’essere madre garantisca automaticamente un istinto protettivo. Questo caso dimostra il contrario.
Alessia Pifferi non era incapace di intendere e volere: gli esperti lo hanno escluso. La sua condotta nasce da fragilità narcisistiche, dal bisogno di apparire “adeguata” agli occhi del compagno e della società, più che dal riconoscimento dei bisogni vitali della figlia.

La maternità, da sola, non crea responsabilità: richiede maturità affettiva, consapevolezza e capacità di cura. La psicologia dello sviluppo evidenzia come la genitorialità sia un processo complesso, che può fallire drammaticamente quando prevalgono fattori di debolezza psichica, sociale ed emotiva (Belsky, 1984; Cicchetti & Toth, 2005).


Il silenzio che uccide

Accanto alla colpa individuale, resta la domanda: chi ha visto e non ha agito?
I vicini percepivano un silenzio innaturale, ma non hanno allertato nessuno. I servizi sociali non sono mai intervenuti. Questo ci dice che la tutela dei bambini non può essere lasciata al caso, ma necessita di reti di monitoraggio, ascolto e protezione.

Le forme di violenza invisibile, come la trascuratezza e la deprivazione affettiva, sono tra le più dannose nello sviluppo infantile, con conseguenze neuropsicologiche e relazionali a lungo termine (De Bellis, 2005; Norman et al., 2012).


Giustizia e memoria

Oggi la giustizia ha riconosciuto la piena responsabilità della madre. Ma la memoria di Diana non può esaurirsi in una sentenza: deve diventare un monito sociale.

Come associazione che si occupa di violenza di genere, crediamo sia fondamentale estendere la riflessione anche ai più piccoli, vittime di violenza invisibile: la trascuratezza, l’abbandono, l’indifferenza.

Diana non aveva voce. Sta a noi, oggi, darle parola, perché nessun altro bambino venga lasciato solo nel silenzio di una culla.


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