Negli ultimi giorni è tornata sotto i riflettori una vicenda che invita a riflettere profondamente sul tema del consenso, della tutela delle persone più vulnerabili e della cultura del “non” in materia di rapporti sessuali.
La storia: a Macerata, nel 2019, una ragazza diciassettenne arrivata in Italia per motivi di studio esce con alcuni coetanei. La serata si conclude con lei rimasta in auto con un giovane allora venticinquenne. Secondo l’accusa, l’uomo l’avrebbe bloccata e avrebbe avuto un rapporto non consensuale.
In primo grado, il Tribunale di Macerata lo ha assolto, sostenendo che la ragazza “aveva già avuto rapporti”, “nella notte era salita in auto consapevole” e che quindi non poteva configurarsi la violenza sessuale.
Tuttavia, in appello la Corte d’Appello di Ancona ha ribaltato la decisione condannando l’uomo a tre anni per violenza sessuale, riconoscendo che il rifiuto della ragazza andava interpretato come racconto e che il consenso deve essere chiaro dall’inizio all’intero svolgimento del rapporto.
Perché questa vicenda è importante
Il tema del consenso – Non basta che qualcuno abbia avuto rapporti in precedenza o che sia salito in auto: il consenso vale per quel rapporto, in quel momento, e può essere negato o revocato in ogni istante.
La minore vulnerabilità – La vittima aveva 17 anni al momento dei fatti: il tema della tutela delle minorenni (o di persone in un contesto di vulnerabilità) è centrale.
Il ruolo del contesto e della percezione – L’assoluzione in primo grado ha dato per scontato che “essere salita in auto” significasse accettare tutto. L’appello ha ribaltato questa visione.
Una cultura da cambiare – È ancora forte l’idea che “chi accetta un’uscita”, “chi si trova in un’auto”, “chi ha avuto esperienze” abbia implicitamente dato il via libera. Ma non è così: l’autonomia, la spontaneità e la libertà devono restare al centro.
Quali insegnamenti trarne
Educazione al consenso: non può essere solo un concetto astratto. In famiglia, a scuola, nelle relazioni: sapere che “solo sì = sì” è il punto di partenza.
Essere consapevoli del nostro diritto di dire no: anche quando sembrerebbe che “tutto stava andando bene”, ognuno ha il diritto di fermarsi, di dire basta, di cambiare idea.
Il sistema giuridico e culturale evolve: questa sentenza (in appello) è un segnale che qualcosa si sta muovendo nella direzione della tutela, ma non basta – serve che l’intera società cambi atteggiamento.
Non vittimizzare la vittima: le motivazioni dell’assoluzione in primo grado – sul “non ha urlato”, “non ha cercato di aprire la portiera” – mettono sul banco chi subisce. La violenza non è solo questione di “resistenza fisica visibile”.
Conclusione
Ci troviamo di fronte a una vicenda che, più che un semplice caso di cronaca, ci pone domande radicali sul tema del rispetto, della libertà e del potere nelle relazioni.
Non è solo l’azione in sé a dover essere condannata o difesa, ma la cultura che determina come interpretare quell’azione.
Spetta a tutti – istituzioni, educatori, famiglie, giovani – non dare per scontato che “una scelta significhi tutto”, ma riconoscere che ogni persona ha il diritto di dire sì, ma anche il diritto di dire no, e che il passaggio dall’uno all’altro non deve mai essere ignorato o svalutato.
Antonella Iannoccaro,
Psicologa e Presidente dell’APS Le Rose di Gerico.